Shams Radhouani Abdi شمس رضواني عبدي – حضر

Le collectif Al ilham fil haqiba الإلهام في الحقيبة présente :
À la recherche de jeunes tunisiens engagés dans des pratiques artistiques singulières, nous avions rencontré en 2015 Shams Radhouani Abdi, qui écrit et récite ses poèmes, tant en arabe dialectal qu’en arabe classique. Elle nous avais parlé de sa pratique du slam, de son écriture poétique, ainsi que du collectifكلام شارع / Street Poetry auquel elle avait participé.
Avant la mise en ligne prochaine d’extraits de cet entretien, nous vous proposons aujourd’hui la vidéo d’un poème que Shams nous avait offert à cet occasion ; un texte poétique vibrant qui déplie tristesses et douleurs rencontrées, sans se départir d’un esprit vagabond et inlassablement rêveur. Préparez vous…
Des sous-titres français sont disponibles, en attendant d’autres langues.

Pierre G. Gemma B. Guenda liberatutti

Farhana. La Mafalda Araba

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Farhana
è una bambina di cinque anni col naso a patata, i capelli ricci e disordinati. Il suo nome significa “felice” ed è la protagonista di una collana di libri per bambini creata dalla scrittrice, illustratrice, nonché psicologa egiziana Rania Hussein Amin.

Una bambina felice che scopre il mondo liberamente, rifiutando le restrizioni e le norme sociali che troppo spesso rendono i bambini degli adulti in miniatura, carichi delle aspettative dei propri genitori, affaticati dalle regole sociali che devono rispettare, ma che non capiscono.

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Photo courtesy of Shaymaa El-Gammal  please visit: http://www.ayamwayam.blogspot.it

Farhana rappresenta l’anima selvaggia di ogni bambino, la naturalezza e la spontaneità dell’essere piccoli in un mondo in cui le leggi le fanno i grandi. Farhana rivendica il suo essere bambina, e quindi rivendica anche il posto dei piccoli nella società, spiega il mondo infantile agli adulti attraverso le sue avventure che divertono anche i bambini incoraggiandoli ad aver fiducia in loro stessi e nei loro sentimenti.

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Fa pensare a Mafalda, per la grafica e per il carattere peperino, ma Farhana è meno pungente con le parole, meno posizionata, Farhana è una bimba che è stata creata per i bimbi prima di tutto.

In una collana di 12 libri Rania Hussein Amin ci invita ad entrare nell’universo del bambino felice perchè come lei stessa spiega in un’intervista ad Al-Balsam bookstore nel novembre 2014

“La felicità [dei bambini] è collegata alla fanciullezza, alla spontaneità e alla libertà. Molti genitori invece vogliono solo un figlio obbediente, calmo e ben educato. Contro gli errori educativi di alcuni genitori, ho sentito il desiderio di inviargli un messaggio, così è nata “Farhana” e ha preso questa forma e questa natura, che io amo tanto.”

Dei libri destinati al piccolo pubblico quindi, ma anche un’esperienza di lettura che stimola la  dialettica nell’ interattività, dato che l’ultima pagina di ogni episodio di Farhana è dedicata alla partecipazione del bambino nella storia; Un’ottima occasione per coltivare uno scambio  tra genitori e bambini durante la lettura: “se tu fossi al posto di Farhana cosa faresti?”

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Farhana contro tutti!

Nel contesto arabo Farhana rappresenta una rottura con la tradizione letteraria infantile moralizzante e carica di contenuti ideologici nata intorno agli anni ’70 ma si presta anche ad una doppia lettura d’emancipazione.

Impossibile ignorare la doppia dimensione di Farhana: quella di bambina in generale e quella di bambina femmina. Farhana partecipa a quella lotta che Montessori e molti altri hanno combatto per voler dare spazio fisico e sociale al bambino nella società, per dare voce alla sue necessità e rispetto alle sue opinioni.

Ma Farhana ci racconta anche la sfida delle bambine intrappolate negli stereotipi di un’infanzia basata sull’identità di genere. Per questo Farhana racchiude in se una potenza fuori dal comune, una storia che valica le frontiere e che ci riguarda tutti,  che spesso la rende scomoda,  allontanandola dalle scuole egiziane.
A noi non resta che aspettare le traduzioni in lingua italiana!

L’autrice:

Raniah Amien (7)

Rania Hussein Amin. Photo courtesy of Shaymaa El Gammal

Rania Hussein Amin é la prima autrice donna di letteratura per l’infanzia nel mondo arabo.

Ha studiato psicologia presso l’università Americana del Cairo, ha studiato belle arti ed ha anche soggiornato per un periodo a Firenze dove ha seguito dei corsi di pittura.

Lavora come psicologa in una scuola privata ma si dedica ai libri per bambini in ogni momento libero che trova. Si definisce scrittrice ancora prima che illustratrice.

Ha lavorato nei campi più diversi dal giornalismo, al turismo, alla traduzione, pubblicazione, l’insegnamento, è stata anche il capo del dipartimento di arte al Museo dei Bambini di Heliopolis al Cairo.

Curiosità: Da piccola i suoi libri preferiti erano le avventure di MIFFY di cui ammette di essere stata influenzata nei primi episodi di Farhana!

 

Tra le sue altre opere:

عندما إكتشف الطائر جناحيه” <Quando l’uccello scoprì le sue ali>
La storia di un bambino che scopre i suoi talenti che lo rendono diverso dalla sorella. Una storia di coraggio e di accettazione delle diversità. Edito da Dar Elias

سيوة، قصة حب صغيرة صغيرة” <Siwa, una storia d’amore piccola piccola>
La storia di due bambini che in viaggio con i rispettivi genitori nell’Oasi di Siwa, paradiso degli innamorati, vivono una storia d’amore nel contatto con la natura selvaggia. Edito da Dar Elias

Una serie di libri sull’ambiente:

فرحانة  والطبيعة المصرية Farhana e la natura egiziana

قمامة   آخر موضة Spazzatura all’ultima moda

هروب سحابة الدخان La Fuga della nuvola di fumo

سر إختفاء النيل Il segreto della scomparsa del nilo

E per i grandi:

أنا وأنا ” <Io ed Io>
Un graphic Novel per adulti
Edito da Dar al-Warraq

كثير من الحب “ <E molto amore: manuale illustrato per i papà e le mamme su una corretta educazione dei bambini> edito da Hawadit al-nashr
Info: http://www.arabook.it/catalogo/comics/wakatirminalhubb/

Premi:

2013 Premio Kitabi della fondazione Pensiero Arabo per “Quando l’uccello scoprì le sue ali”

2012 Premio della fondazione Pensiero arabo per “Farhana e un amico veramente speciale”

2011 Premio della Fondazione Ana Linth “Farhana e un amico veramente diverso”

2010 Terzo Premio del Ittisalat per “Farhana e il segreto della sua bellezza”

2000 Premio Suzanne Mubarak per la letteratura infantile per il libro “quando l’uccello scoprì le sue ali”

1999 Premio Suzanne Mubarak per la letteratura infantile per la serie Farhana

 

4 more InFo ViSiT:
http://ayamwayam.blogspot.it/2011/03/blog-post_12.html

https://www.facebook.com/Farhana-Books-167286510065108/?fref=ts

https://readkutubkids.wordpress.com/2010/11/20/dont-miss-award-winning-farhana-author-rania-hussein-amin-at-al-balsam-books-cairo-%D8%AD%D9%81%D9%84-%D8%AA%D9%88%D9%82%D9%8A%D8%B9-%D9%81%D8%B1%D8%AD%D8%A7%D9%86%D8%A9-%D8%A8%D9%85/

 

Guendaliberatutti 

Timbuktu, un orientalisme à peine voilé

En plein accord avec l’esprit de collaboration de AlIlham fil Haqiba, cet article écrit à six mains, est le résultat d’une très intéressante collaboration entre blogueuses. Donc un grand merci à Limoune et Faty pour cette très agréable expérience d’échange et de partage.

[Publié sur http://jeudescitrons.mondoblog.org le 27/02/2015]


Affiche Timbuktu

A l’affiche dans plusieurs salles tunisoises, le film Timbuktu d’Abderrahmane Sissako fait la part belle à l’image, à l’esthétique, à l’émotion quitte à faire vivre aux spectateurs le récit d’un ailleurs fantasmé. Onirique et à destination d’un public occidental, Timbuktu a intrigué Guenda, bloggueuse italienne et moi-même et nous proposons ici de relever des représentations orientalistes du film sur lesquels rebondit la Tombouctienne Faty avec son expertise du terrain.

Au-delà de la fascination pour les turbans volants au vent sur fond de dunes vierges du désert, au-delà des émotions véhiculées par les gros plans sur les yeux pétillants de l’héros touareg, au-delà de la poésie imagée de la partie de football sans ballon et au-delà de la nette distinction entre un islam de paix et tolérant et un islam manipulé et radical, images, émotions et dépaysement consentent à livrer des symboles qui corroborent une série de stéréotypes occidentaux.

Une vision romantique du désert

Rêvé par les orientalistes, le désert est beau, vierge, lumineux et chatoyant. Les clichés de Timbuktu mettent en avant ce paysage d’une extrême beauté grâce à un travail irréprochable sur la lumière. Mais leur esthétique dénué de tout réalisme donne à voir un décor de carte postale plus que celui du désert du septentrion malien.
Quant au campement de la famille touareg, un désir d’orientaliser le décor, rend, de par sa composition ordonnée et séduisante, l’image pittoresque, digne d’un tableau de peinture. La tente, dressée au milieu des dunes, expose tapis, bidons et service à thé bien trop parfaitement agencés, la guitare en arrière plan et les sourires Colgate de Kidane, de sa femme Satima et de sa fille Toya en bonus. Une image mystifiée est donnée du touareg qui bénéficie d’une liberté, seulement limité par le pêcheur Amadou qui empêche son bétail de s’abreuver au fleuve. Cette liberté est d’autant plus idéalisée qu’elle est jumelée à une absence d’activité.

« Cette image ne répond pas du tout à la réalité et au contexte, car l’habitat du touareg ne contredit pas son besoin de liberté et son perpétuel mouvement, au gré des points d’eau dans le désert. Le nécessaire que les familles touaregs trimbalent tiennent sur quelques ânes. Ce qui est encore plus bizarre, c’est ce conflit avec le pêcheur. Les pécheurs jettent leurs filets beaucoup plus loin, dans le lit du fleuve. Un conflit entre éleveur et pêcheur est très rare. Même s’il venait à arriver, pour grand touareg (blanc et maître), ici, on ne tue pas un homme parce qu’il a tué ton animal. C’est à en croire que la société dans laquelle ces acteurs vivaient n’avaient pas de règles ni de système de gestion des conflits. Il y avait des cadis – juges islamiques- bien avant la colonisation à Tombouctou. »

Image extraite du film Timbuktu vs tableau du peintre orientaliste Eugène Girardet

Image extraite du film Timbuktu vs tableau du peintre orientaliste Eugène Girardet

Cet exotisme s’inspire plus des images proposées par les contes des Mille et Une Nuits que de scènes réelles de la vie quotidienne de touaregs. On peut se demander par exemple s’il est courant de rencontrer une famille mononucléaire touareg. L’émouvante relation fusionnelle entre les trois membres de la famille est exprimée dans le film par des actes improbables dans la culture touareg, de même que les répliques de Kidane lors de son interrogatoire : « Maintenant je voudrais lui poser une question« , dit-il au chef « djihadiste ». « Dis lui que j’aimerais savoir s’il a des enfants. […] Toya, elle me donne à boire, elle s’occupe du bétail, je n’ai rien de plus cher. […] C’est de ne plus voir son visage qui me fait peur. » Le bédouin personnifié par Kidane tombe dans le cliché du poète du désert, beau et passionné, sage et profond, avec une étrange rhétorique qui semble parfois même un peu hors de propos. Enfin, au moment de son exécution, Kidane court pour se jeter dans les bras de sa femme en public, ce qui relève plus d’un scénario occidental.

« Dans la culture et le contexte africain –même celui des touaregs !- un couple ne se permet jamais des épanchements ou des gestes envers une femme devant un témoin, c’est complètement irréel ! Le touareg est un homme digne, fier, qui ne peut agir de cette manière face à la mort. »

Convoquant également le mythe orientaliste de la femme, le film dévoile Satima, une femme touareg charmante et résistante. Son voile noire, à la fois obstacle et stimulant, dévoile son cou, ses avant-bras ou bien son soutien-gorge. Seule Satima osera s’afficher les cheveux dans le vent dans le film et tout en démêlant ses cheveux, elle n’hésitera pas non plus à aller à l’affront quand l’un des chefs « djihadistes », tout en la dévorant du regard, lui demande de se couvrir la tête.

« Je vous assure que plus d’une femme songhoi, bellah (targui noire) ou peulh (toutes les ethnies qui n’ont pas la peau blanche) ont passé des jours dans la contiguë cellule qui servait de prison pour femme pour avoir refusé de porter ce voile, d’autres ont été fouettée. »


Une résistance silencieuse à Timbuktu

Le portrait affectif et imaginaire de la famille touareg laisse peu de place aux personnages secondaires qui sont présentés sous des traits seulement factuels. Contrairement à Satima, les femmes peuls, songhais, belas et bozos portent un voile noir serré au visage sans broncher. Quant à la vendeuse de poisson qui a accepté le voile mais refuse de porter des gants, on la retrouvera plus tard en pleurs dans une posture de fuite.

« Cette vendeuse de poisson provoquerait une certaine hilarité ici, car en plus de s’exprimer en bambara, langue plutôt secondaire à Tombouctou, elle ne ressemble en rien à nos vendeuses de poisson. Les vendeuses de poissons ont leur place au marché Yoboutao de Tombouctou. Elles ont eu une confrontation avec les « djihadistes » qui trouvaient qu’elles n’étaient pas assez bien voilées car elles portent le voile des femmes arabes au-dessus de leurs habits en pagne, et se dégagent les bras pour éviter que le poisson les salisse. Je ne sais pas s’il est nécessaire de préciser qu’aucune femme de Tombouctou mariée, ne sort de chez elle sans un foulard bien attaché sur la tête et une écharpe pour protéger les épaules. La scène se base sur des faits qui, dans la réalité, se sont passés bien différemment. Un article sur mon blog permet de le dater d’ailleurs : deux jeunes « djihadistes » faisaient leur patrouille quotidienne, maudits par des femmes en songhoi qu’ils ne comprennent pas, ils sont arrivés chez deux vieilles vendeuses de poisson et leur ont demandé de se couvrir la tête en pointant leurs armes. Elles sont devenues furieuses et se sont déshabillées en leur jetant leurs habits au nez. N’étant que deux, ils sont partis chercher du renfort, les deux fautives ont été ramassées et amenées à la police islamique. Alors, toutes les vendeuses de poisson sont sorties pour marcher et partir manifester devant la police islamique, qui d’ailleurs n’est pas loin du marché. Ce n’est que le soir qu’elles ont été libérées. Mais cette scène de révolte des femmes ne semble pas convenir à l’image de la ville qui résista silencieusement selon Sissako. Ces femmes vendeuses de poissons sont de Belafarandi, un quartier que les « djihadistes » ont fini par abandonner car ses habitants n’évitaient pas la confrontation. »

Heureusement, que Zabu, personnage décalée qui se balade dans les rues de Tombouctou avec une poule dans les bras représente la figure noire de résistance… sauf que Zabu est folle et qu’elle ne parle qu’en français, mais saluons tout de même son exploit puisque l’un des « djihadistes » se laisse emporter par la liberté qu’elle insuffle au point de s’exprimer à pas de danse. En tant que personnage déjanté, Zabu fait partie des figures préconçues de la résistance : les fous, auxquels s’ajoute la catégorie des artistes – les musiciens fouettés – et les jeunes – joueurs de foot sans ballon.

« Zabu est le vrai nom d’une folle de Gao, une ancienne danseuse du crasy-horse de Paris au début des années 70 avant de revenir dans sa ville natale. Elle n’appartient pas au contexte tombouctien. Tombouctou a ses fous dont trois sont bien connus. Il y a l’ancien rebelle – intégré dans l’armée malienne avec la paix de 1996 – qui porte partout le drapeau du Mali. Il y a également Hackoum, mon voisin, autant fou que son jumeau Fickoum, qui insultait les « djihadistes » et les traitait de voleurs. Il connaît pratiquement tous les habitants de la ville. »

Le film donne également à voir un pêcheur nommé Amadou qui a été tué par Kidane, par légitime défense. Un geste facilement pardonnable par le spectateur qui connaît l’histoire de Kidane auquel il a fini par s’attacher. Amadou, en revanche, est présenté comme un homme austère, silencieux, dont les répliques se limitent à des menaces à l’égard du berger touareg dont il empêche le bétail de s’abreuver. Sa famille, dont on ne connaît pas grand-chose non plus refuse avec fermeté de pardonner l’acte de Kidane, ce qui lui vaut l’exécution. Le rôle des représentations de race et de classe n’est pas neutre au regard des choix des modalités de la figuration.

« Bozos – pecheurs- et touaregs ne sont pas majoritaires dans la zone. Les pêcheurs préfèrent vivre sur l’eau et sont aussi nomades que les touaregs. Ils ne viennent en ville que pour écouler leur poisson. C’est à en croire que songhois, bambaras, peulhs se sont évaporés dans la nature. »

Si le désert a été sublimé, la ville mythique de Tombouctou, elle, est banale. Son apparence de ville du désert a été représentée, mais la ville au 333 saints reste méconnaissable. De la mosquée aux portes tombouctiennes, aucune des particularités historiques, architecturales et culturelles de la cité la rendant bien différente de la ville de Oualata, en Mauritanie, où le film a été filmé, n’est présente à l’écran.

Un dialogue avec les envahisseurs

La volonté du réalisateur a été d’humaniser les envahisseurs montrant ainsi leurs points faibles et leur hypocrisie. Si apporter une humanité à ces personnages lui semblait nécessaire, on peut se demander quel type d’humanisation valoriser et si la représentation d’un « djihadiste » niais et simple d’esprit apporte une valeur ajoutée.

Au-delà de la représentation caricaturale des  envahisseurs – trop proche de la figure française du maghrébin musulman issu de l’immigration – le dialogue entre l’islam de tolérance incarné par l’imam de la mosquée de Tombouktou est tout aussi caricatural et laisse prétendre un éventuel dialogue entre les « djihadistes » et les dignitaires religieux. Or, ni les locaux, ni les envahisseurs n’ont adopté cette posture de dialogue.

Ainsi, lorsque les envahisseurs rentrent dans la mosquée, chaussures aux pieds et armes à la main, l’imam les invite à sortir leur expliquant qu’à Tombouktou, on fait le djihad avec sa tête et non avec les armes. Scène difficilement imaginable, puisque les djihadistes rebroussent chemin, comme le demande l’imam. Aussi, à la suite du mariage forcé de l’une des personnages secondaires, l’imam fait le déplacement jusqu’aux envahisseurs pour, dit-il, qu’il lui éclaircisse la situation.

« La grande prière de la tabaski durant laquelle se trouvaient ces « djihadistes » résume cela. La prière a été menée par le grand imam Ben Essayouti de la grande mosquée sous la garde des « djihadistes » qui avaient l’intention de faire le grand sermon à la place de l’imam. Quand ils se sont approchés pour arracher le micro des mains de l’imam, les fidèles se sont levés et sont partis ensemble, avant même que celui qui a pris le micro ne finisse de s’introduire. »

Une beauté dénaturée

Parce qu’il est présenté comme un film politique ou un film documentaire, Timbuktu se veut être un gage de vérité, mais il n’en joue pas moins avec la possibilité de transformer la réalité, de la plier à certains fantasmes, ou de la mettre en scène. Et, la beauté de ses images, cet air d’onirisme en deviennent suspects, l’image étant tellement parfaite qu’elle y paraît troublante, voire fausse.

La presse italienne, quant à elle, acclame la « merveille » de cet excellent exemple de « néoréalisme sec africain » et célèbre la force de « la poésie qui vide la barbarie ». Et, au réalisateur Abdelrahmane Sissako de déclarer dans une interview : « Je citerai L’Idiot de Dostoïevski: «La beauté sauvera le monde.» La beauté est souvent considérée comme quelque chose de superficiel, de décoratif. La beauté, c’est la distance nécessaire quand on évoque la violence. Je n’ai pas non plus l’intention de sublimer cette violence.»

Mais, pourquoi recourir à ce genre de beauté, une beauté biaisée, maquillée par des décors orientalistes et un désert en trompe-l’œil ? Quand bien même la beauté pourrait être hiérarchisée, la ville de Tombouctou ne semble pas manquer de beauté, et le Sahara peut être beau même s’il est rocheux. Le choix d’emploi de cette beauté dénaturée est un jeu de rôle, une décision intentionnelle, qui nous amène à nous demander à qui est destiné ce film et pourquoi le directeur choisit d’ utiliser une beauté construite au détriment d’une véritable.

Satisfaisant les attentes des intellectuels européens, découlant des clichés orientalistes, Timbuktu fait penser que l’orientalisme est tristement toujours en vogue, et que les « orientaux » eux-mêmes, continuent de tomber dans le piège orientaliste en choisissant de croire en leur propre image reflétée dans un miroir déformant. Abderrahmane Sissako est pourtant un artiste – que nous pouvons mettre parmi les intellectuels dans lesquels Edward Saïd avait mis tous ses espoirs – d’un réalisateur mûr, formé en « Occident » et qui connaît les deux revers de la médaille, vu qu’il est né en Mauritanie et qu’il a vécu au Mali.

Représentation trompeuse de l’Orient créée par les « Occidentaux », l’orientalisme présent dans le film donne l’occasion d’analyser bon nombre de stéréotypes qui nous rappellent la nécessité de se libérer de certaines boîtes mentale, car, on peut bien profiter de la beauté, de la poésie et des rêves, sans reproduire des systèmes d’idées basées sur l’erreur, sur la mystification de l’Autre mais au contraire essayer de promouvoir une autre dialectique visant un véritable échange culturel, à partir de la connaissance de l’autre.

Limoune, Faty et Guendaliberatutti

Il caos creativo di “Dar Am Taieb”: 1600m2 di arte contemporanea tunisina

Se mi chiedessero di fare una top-ten dei 10 luoghi più surreali della Tunisia probabilmente comincerei con il museo privato di arte contemporanea “Dar Am Taieb”. Nascosto in un quartiere residenziale della città di Susa, segnalato dalle guide turistiche come museo di arte contemporanea, “Dar Am Taieb” è tutto quello che non ti aspetti.

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Arriviamo davanti alla facciata alla Gaudì decorata di ceramiche locali e scopriamo che è l’abitazione di Taieb Ben Hadj, un artista plastico Tunisino che ha costruito con le sue mani questa casa di circa 1600 m2 con l’aiuto di “quattro bravi muratori” e che ne ha fatto uno scrigno per le sue creazioni, ricordi ed esperienze.

Entrare nel museo significa entrare nella casa dell’artista, un luogo tanto surreale come complesso, incredibilmente pieno di dettagli, di opere ammassate, che fanno capolino ovunque: un horror vacui a momenti al limite della claustrofobia.

Ma c’è un’energia incredibile tra tutte le opere di Taieb Ben Hadj, un’energia vivida che pervade tutti (o quasi) i 1600 m2 della sua casa, il dedalo di corridoi, le stanze, e i cortili pieni zeppi di dettagli, di opere e di oggetti attraverso i cuali lo stesso artista ci accompagna alla scoperta del suo mondo.

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Dar Am Taieb ci catapulta in una ricerca artistica cominciata quarant’anni fa e che ancora non si ferma, ci offre l’immagine di un artista autodidatta incredibilmente curioso, poliedrico e creativo. La pluralità di materiali utilizzati e le diverse tecniche rendono la visita di Dar Am Taieb un’esperienza dinamica e sensoriale.

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La maggior parte delle opere è stata eseguita con materiali di riciclo, a cui l’artista offre una nuova vita. Un dinamismo metallico che ricorda a momenti Jean Tinguely, con ruote di vecchie biciclette, insetti di fil di ferro, figure antropomorfe decapitate, un arte dell’accumulo degna dell’artista nizzardo Arman, caucciù, bottoni, interruttori, orologi, ma anche sculture di marmo dalle forme rotonde e sinuose, grandi animali in pietra serena, ceramiche e mosaici che richiamano alla mente i lavori di Simon Rodia.

Assolutamente da visitare se passate da Susa.

[Indirizzo: Rue 25 Juillet incrocio Rue Ali Ben Ghdehem, Susa.
Biglietto: 10 dinari]
http://www.art-tunisie.com/

Guendaliberatutti

Sidón, décadas de 1950-1970: el estudio fotográfico de Hashem el Madani

En la intimidad del estudio de Hashem el Madani, como si de un juego se tratara, hombres y mujeres dan rienda suelta a su imaginación. Representan papeles, emulan las películas que ven en el cine y trascienden las rígidas normas sociales. Frente al objetivo, por un momento y para siempre, son otros, convirtiendo el estudio en un lugar donde los sueños pueden hacerse realidad.

Najm (izquierda) y Asmar (derecha). Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, década de 1950. Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.

Najm (izquierda) y Asmar (derecha). Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, década de 1950.
Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.

Hashem el Madani nació en 1928 en Sidón, Líbano. En 1947 fue a Palestina en busca de trabajo y acabó como ayudante de un fotógrafo judío en Haifa. En 1948 volvió a Sidón huyendo de la guerra. Fue el primero en la ciudad en adquirir una cámara de 35 mm, lo que le permitía ofrecer precios competitivos. Montó un estudio en casa de sus padres y empezó a trabajar como fotógrafo itinerante. Retrató el día a día de la clase obrera en las calles y en sus lugares de trabajo, en campos, talleres y comercios. Trabajando de siete de la mañana a doce de la noche, siete días a la semana, en 1953 consiguió reunir suficiente dinero para comprar un equipo nuevo y alquilar un estudio, el Estudio Shehrazade. Cuando en 1982 las tropas israelíes invadieron Líbano, un proyectil destrozó parte del estudio.

Madani inmortalizó al 90% de la población de Sidón, según sus propios cálculos. Además de fotos de carnet, retratos familiares, de bebés o de recién casados, en el archivo del Estudio Shehrazade encontramos retratos realmente extraordinarios. Estas fotografías tienen aire íntimo, teatral y lúdico. Gafas de sol, trajes de cowboy, kufiyyas, velos de novia, hombres mostrando sus músculos, con sus armas, hombres que hacen de mujeres, mujeres que hacen de hombres… Los clientes posaban ante el objetivo de Madani con los objetos junto a los que querían ser inmortalizados, otra veces era Madini quien aportaba el atrezo, propiciando el surgimiento de una determinada escena.

Abu Jalal Dimassy (centro) y dos de sus amigos representado un atraco. Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, década de 1950. Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.

Abu Jalal Dimassy (centro) y dos de sus amigos representado un atraco. Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano,
década de 1950. Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.

Anónimo. Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, década de 1970. Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation. Zarif, miembro de la resistencia palestina. Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, 1968-72. Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.

Anónimo. Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, década de 1970.
Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.

Zarif, miembro de la resistencia palestina. Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, 1968-72.  Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.

Zarif, miembro de la resistencia palestina. Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, 1968-72.
Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.

Llaman especialmente la atención las imágenes que muestran a personas del mismo sexo besándose. La barreras de género se traspasan, vemos a hombres ataviados como mujeres y mujeres actuando como hombres. Estas fotografías hablan de la segregación de sexos reinante en la conservadora sociedad de Sidón en esta época. Según comentarios del propio Madani, algunos clientes acudían al estudio, inspirados por las películas que veían en el cine, para retratarse imitando los besos de la gran pantalla. En la rígida sociedad de Sidón, estaban dispuestos a representar la escena con personas del mismo sexo, pero muy raramente entre un hombre y una mujer. De hecho, el fotógrafo sólo recuerda haber retratado a un hombre y una mujer besándose, y no estaban casados. El resto de modelos eran siempre personas del mismo sexo, uno de de ellos hacía de hombre y el otro de mujer.

Bashasha (izquierda) y una amiga. Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, 1958. Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.

Bashasha (izquierda) y una amiga. Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, 1958.
Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.

Anónimo. Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, inicios de la década de 1960. Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.

Anónimo. Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, inicios de la década de 1960.
Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.

Resultan inquietantes los retratos de la esposa de Baqari, una joven muchacha de nombre desconocido, cuyo rostro aparece tachado. Estas imágenes son el testimonio de su trágica historia. Según palabras de Madani, estaba casada con un hombre celoso de la familia Baqari que no le permitía salir de casa sola. Éste, al enterarse de que su mujer había posado para Madani sin su permiso, acudió al estudio exigiéndole que le entregara los negativos. El fotógrafo se negó pero accedió a rallarlos con un alfiler delante de él. Años más tarde, después de que ella se suicidara prendiéndose fuego, el marido volvió al estudio para encargar ampliaciones de estas fotografías y de otras que pudieran existir sin su conocimiento.

 La esposa de Baqari. Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, 1957. Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.


La esposa de Baqari. Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, 1957.
Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.

La esposa de Baqari. Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, 1957. Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.

La esposa de Baqari. Estudio Shehrazade, Sidón, Líbano, 1957.
Colección: AIF/ Hashem el Madani. Copyright © Arab Image Foundation.

El archivo del Estudio Shehrazade ha sido estudiado dentro de The Madani Proyect, proyecto emprendido por Akram Zaatari y la Arab Image Foundation. Akram Zaatari, originario de Sidón, es artista multimedia, curador, y cofundador de la Arab Image Foundation, organización sin ánimo de lucro creada en Líbano en 1997, con la misión de recopilar, conservar y estudiar fotografías procedentes de Oriente Medio, el Norte de África y la diáspora árabe.

Para conocer más sobre The Madani Proyect:
Hashem el Madani: Studio Practices.
Hashem el Madani: Promenades.
Hashem el Madani: Itinerary.

 

Belén H.

El-khateeb: il corto inspirato agli anni d’oro del Cinema egiziano, musicato dai Mashrou’ Leila

É vintage, è romantico, è cool e musicato dai Mashrou’ Leila: è El-Khateeb il corto inspirato agli anni d’oro del cinema egiziano.

Gli anni di Samia Gamal e Tahia Carioca, di Farid Al-Atrash e Asmahan, del genio compositore Muhammed Abdel Wahhab e del “usignolo bruno” Abdel Halim Hafez.

Sono gli anni d’oro del cinema egiziano, gli anni dei lustrini e dei sogni d’amore venduti al botteghino. Anni in cui l’Egitto si impone come uno dei più grandi produttori cinematografici orientali insieme a Bollywood, anni in cui la danza del ventre viene esportata in tutto il mondo e l’Egitto intero sogna a bocca aperta grazie al cinematografo.

Samia GamalA questi anni di cinema pieni di magia, di passione, di musica, di donne meravigliose e incredibilmente mezze nude, si inspira El-Khateeb, il corto scritto da Hala Alsalman, diretto da Wesam Nassar e interpretato da Deana Nassar, Shadi Elkarra e Wesam Nassar.

Un dialetto egiziano molto marcato, una storia appassionata e uno stile molto “vintage” ma anche molto arabo, fanno sembrare strano che il video sia stato prodotto, scritto e diretto da giovani arabi-americani, e del tutto girato in California.
A noi queste cose fanno piacere, ci piace vedere che l’arte araba sopravvive alla diaspora, che i giovani arabi non si dimenticano della loro cultura, anzi la rivendicano e la reinterpretano.

La colonna sonora, è totalmente interpretata dal gruppo indie rock libanese Mashrou’ Leila che contribuisce a farne una vera chicca. E allora, buona visione!

Per saperne di più:
http://www.eshmawi.com/
http://www.mashrou3leila.com
https://www.facebook.com/mashrou3leila

Guendaliberatutti

Rap árabe parte I : La nueva poesía de los barrios

“[Los raperos] somos el al-ŷazīra de la calle”
DAM, grupo de rap palestino

“El rap es la poesía de los barrios”

“[Los raperos] son los poetas de nuestro tiempo”
Casa Crew, grupo de rap marroquí

Hablar de la importancia de la tradición oral en la cultura árabe es hablar de su fundamento. Desde la época de la ŷāhiliya hasta nuestros días, la oralidad entre los árabes, estrechamente ligada al uso de la misma lengua árabe (que se caracteriza por su ritmo, su sonoridad y su riqueza de vocabulario) ha representado el fundamento de la literatura y mas generalmente de toda la civilización árabe. Desde los primeros poetas preislámicos hasta hoy en día, la cultura árabe ha tenido como herramienta fundamental la oralidad, característica que podemos hallar sin esfuerzo en todo el territorio árabe en todos los tiempos, desde los antiguos ruwā hasta el presente, como por ejemplo los cantores de la Sīra Hilāliya en Egipto o los cantores de məlḥūn marroquíes, que representan incluso actualmente una tradición literaria oral antiquísima. Dentro de la literatura oral, el primer y más importante género cultivado por los árabes con extrema devoción y maestría ha sido la poesía. Desde las primeras qaṣīdas preislámicas hasta la poesía en verso libre, los árabes han demostrado una suprema vocación y aptitud para la composición lírica, tanto que se considera la poesía el genero árabe por excelencia. Cuando hablamos de rap nos referimos a un género musical en el que la letra de la propia canción tiene una importancia fundamental frente a un beat simple, ritmado y repetitivo. El rap se caracteriza por una serie de factores que lo acercan a la poesía: la utilización de varios tipos de rimas y asonancias brindan ritmo al corpus textual, y el uso de metáforas, metonimias y otras figuras retoricas recuerda a una verdadera composición poética.

Este hecho nos lleva a reflexionar sobre la primacía del genero poético en el mundo árabe frente a otros géneros y la consideración de cierta predisposición de los árabes a la poesía. No es de extrañar, en consecuencia, la rápida introducción del rap entre la sociedad juvenil árabe, seducida por el carácter dinámico e innovador de este tipo de música, familiar con un tipo de expresión en el que los árabes tradicionalmente se sienten cómodos.

El rap entra dentro del contexto más amplio de la cultura hip-hop, siendo su expresión oral-musical. Este movimiento nació en los años 70 en las comunidades afro-americanas y latinas de los guetos de Nueva York donde la situación socio-económica era particularmente difícil y donde este tipo de música se hizo medio de expresión de problemáticas sociales, tales como pobreza, segregación e injusticia social dada por la desestabilización de las comunidades a causa de programas de renovación urbana y expansión de los suburbios.

DAM

En el documental “Check point rock: Canciones desde Palestina”, Tamer Nafar, uno de los fundadores del grupo rap palestino DAM, define singularmente a los raperos como el “Al-ŷazīra de la calle”. Esta definición describe con claridad la importancia que va adquiriendo la música rap en la sociedad árabe actual en la que la figura del rapero, siempre más trascendente, representa el portavoz de la juventud árabe expresando sus problemas y sus inquietudes a través de sus rimas. En los últimos años hemos asistido a un verdadero auge del rap árabe, que se ha dado a conocer en todo el mundo por la calidad de sus contenidos, por el compromiso social de sus textos y por su trascendencia en el marco de los sucesos políticos que han tenido lugar últimamente en los países árabes.

El carácter contestatario de este tipo de música la ha convertido en un medio eficaz de expresión juvenil, especialmente considerando que el Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo (PNUD) destaca un fuerte deterioro de las condiciones sociales de la juventud árabe, situada entre el desempleo, la falta de perspectivas futuras, la marginación, la exclusión de la vida política y la fuerte represión de sus mensajes.

Sin duda existe una fuerte semejanza entre el fenómeno del rap y la tradición oral-poética árabe y quizás también entre la figura del rapero y la del poeta preislámico. Desde Sūq ‘Ukaẕ a You Tube podemos osar ver una continuidad en el uso de la lírica entre los árabes, y, aunque pueda parecer anacrónico y un poco descabellado podemos destacar cierta similitud entre la figura del poeta preislámico y el rapero contemporáneo, ambos dotados de cualidades oratorias especiales, uno portavoz y defensor de la tribu otro de la juventud actual, sin olvidar el carácter contestatario que algunos de ellos comparten, sean poetas ṣa‘ālīk o raperos rebeldes.

El rap norte-americano brinda un molde que no deja de ser una caja vacía que los raperos árabes “rellenan” con su propia cultura, sus vivencias y sus preocupaciones expresándose a través de un lenguaje en el que se sienten representados y cómodos. Por esto se habla del paso de lo “global”, representado por el rap norteamericano de origen, a lo “local”, donde el rap se fusiona y entrelaza profundamente con la cultura árabe de destino.

La alusión a la cultura local se traduce en la evocación de la tradición a través de la música, danza, vestimentas características, del legado oral, poesía, refranes y dichos tradicionales. El recurso a la literatura está notablemente presente en los textos de rap árabe. A menudo se incluyen trozos de poemas famosos o se hace referencia al legado literario árabe desde las Mu‘āllaqāt a Maŷnūn Layla, pasando por la poesía árabe contemporánea y las Mil y una Noches.

En el documental Slingshot Hip Hop, Tamer al-Nafar, de DAM, explica la relación entre música hip-hop y cultura árabe literaria y urbana afirmando: “DAM es por un 30 % música hip hop, 30 % literatura y un 40 % esto… (señalando la ventana que da a la calle)”.  En el vídeo, Tamer enseña algunos cedés de pioneros de la música rap norteamericana, y pasa lista a algunos libros de importantes autores árabes como Idwārd Sa‘īd (1935 – 2003) , Mahmūd Darwīs (1941 – 2008), Nizār Qabbāni (1923 – 1998) y Ḥanān al-Šayj (n.1945).

La canción de DAM “Garīb fī bilādī” empieza con la grabación de la voz del el celebre poeta de la resistencia palestina Tawfīq Ziyād (1929 – 1994) recitando su poesía “Unādīkum”, que a día de hoy es también canción en decena de versiones:

أناديكم

‫ وأشد على أياديكم

‫وأبوس الرض تحت نعاليكم‬
‫ وأهديكم ضيا عيني‬, ‫وأقول أفديكم‬

‫ فمأساة ا‬, ‫ودفء القلب أعطيكم‬
‫لتي‬
‫نصيبي من مآسيكم‬, ‫أحياها‬”

“Os llamo, aprieto vuestras manos
y beso la tierra que pisáis
y digo: ofrezco mi vida por la vuestra
os doy la luz de mis ojos
y os regalo el calor de mi corazón
la tragedia que vivo,
es que mi destino es vuestra tragedia.”

En la mayoría de los casos los extractos de poemas se encuentran al principio de la canción representando una especie de introducción. Omar Offendum titula una de las canciones de Syrianamericana “Finŷān”  de la poesía de Nizār Qabbāni “Qariat al-Finŷān” (el poema fue musicado y cantado por el celebre cantante egipcio ‘Abd al-Ḥalīm Ḥāfeẕ. El tema se abre con la lectura de estos versos:

‫جلست والخوف بعينيها‬
‫تتأمل فنجاني المقلوب
‫قالت يا ولدي ل تحزن‬
‫فالحب عليك هو المكتوب‬

“Se sentó con el miedo en los ojos
contemplando la taza volcada
Dijo: “Oh hijo, no estés triste.
El amor está escrito para ti”

El rap y la poesía entonces se parecen mucho como podemos deducir de la letra de la canción del rapero marroquí Muslim “Machi ana li khtart”:
Šŭnno wqĭt l-wārd mәlli yәdbәl?
Šŭnno wqĭt l-āṛḍ blā l-žbәl ?
Šŭnno wqĭt l-ṣәḥra blā r-rmәl ?
Šŭnno wqĭt nәḥla blā ʕәsl ?
Šŭnno wqĭt bnādәm blā ʕqәl ?
Šŭnno wqĭt l-qәlb īla kḥәl ?
ḥīt īla l-wārda nәbtәt f-rrәwda
ġa-tmūt bārda bīn š-šūk.

¿Qué le pasa a la rosa cuando se marchita?
¿Qué queda de la tierra sin la montaña?
¿Qué queda del desierto sin la arena?
¿Qué queda de la abeja sin la miel?
¿Qué queda del hombre sin la razón?
¿Qué le pasa al corazón si es negro?
Porque si la rosa nace en el cementerio
morirá fría entre las espinas.”

Para profundizar:
http://www.damrap.com
http://www.offendum.bandcamp.com

MUGURUZA F., CORCUERA J. Checkpoint Rock: Canciones desde Palestina. [DVD] Barcelona: Cameo, 2009 –> https://www.youtube.com/watch?v=E3BSqh-H4BI

El rap como expresión cultural, socio-política e identitaria de la juventud árabe –> https://www.youtube.com/watch?v=Lf0H7sFBb04

 

Guendaliberatutti

Noureddine Chater: el pintor del alma de las palabras

Dicen que el arte de Noureddine Chater supera la caligrafía para dedicarse al estudio de las formas, cierto, pero a mí me gusta verle como alguien que pinta el alma de las palabras.

Sin duda la búsqueda y la investigación de las formas en el marco de la caligrafía árabe está en la base de la pintura de Chater, pero no lo es todo. En su lienzo las letras danzan y brillan de luz propia, casi se escapan de sus mismas formas.

Las letras y las palabras se encuentran como desnudas dentro de una dimensión ajena a la de quien está mirando.

Chater coloca sus letras en un mundo especial, hecho de manchas de color esfumadas y un pellizco de magia pura. En ese mundo, en sus composiciones, las palabras pierden su propio significado, conquistando una libertad fuera de todos los límites lingüísticos. Las formas se transforman, se mueven en una continua mutación. Sólo hay una constante en la obra de Chater: el alma que sus letras guardan.  Ese “estar” en medio del lienzo a través de su susurro lleno de vida.

Chater es un intérprete que con su arte media entre el mundo misterioso de las letras y las formas de las ideas.

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Noureddine CHATER nació en 1975 en Marruecos, actualmente vive y trabaja en Marrakech. Entre los reconocimientos más importantes: en 2006 recibió el premio «Le Maroc Avenir» de la “Fondation de la Caisse de Dépôt et de Gestion” en la ocasión de los 50 años de independencia  de Marruecos.

Para más info visitad su página web www.noureddine-chater.com
y la web de la galería Matisse de Marrakech y Casablanca: www.matisseartgallery.com/Noureddine-Chater.html

Guendaliberatutti

Shaikh Ghazi Habibih: uno sconosciuto poeta egiziano sul web

Navigare senza meta su Youtube non è poi sempre una perdita di tempo, per esempio potreste inavvertitamente imbattervi nei video di un giovane uomo egiziano dall’aria paffuta e gioviale: il suo nickname è Shaikh Ghazi Habibih, la sua vera identità sconosciuta, ma sicuramente avete di fronte a voi un talentuoso e mordace poeta dialettale egiziano.

Il suo blog ormai abbandonato http://ba7bekyabalady.mam9.com/t1-topic ci dice che Ghazi è nato nel governatorato di Minufiyya, sul delta del Nilo, che ha dovuto abbandonare per andare a cercare fortuna a Ryad, nella ricca Arabia Saudita ma Ghazi ha aspirazioni ben più grandi della ricchezza, il canto e la poesia, e soprattutto vuole trovare l’amore.

 

Tra le grandi tematiche delle sue poesie troviamo le difficoltà della ghurba, l’esilio, e la critica della società Saudita dove lo straniero si trova al gradino più basso ed è costretto a sopportare la boria del kafil, il “garante” saudita che ha in mano la sua vita lavorativa e personale.

Come sopportare i dolori dell’esilio? Ghazi lo fa con un’esilarante ironia, e molte sigarette.

L’unica pecca di questa entusiasmante letteratura orale è la cattiva qualità delle registrazioni che impedisce di godere al massimo della performance recitativa. Il testo è infatti accompagnato dalle espressioni facciali del poeta e soprattutto dalla sua attività gestuale, elemento essenziale per sottolineare che l’arte di Ghazi è tutta egiziana.

 

Seguiamo con interesse questo poeta la cui attività pareva essere cessata nel 2011. Fortunatamente alla fine del 2013 sono apparsi sul web nuovi video e tra questi vi è anche qualche canzone, forse Ghazi ha deciso di seguire le orme della sua amata Fairouz.

 

 

Gemma B.